venerdì 30 marzo 2012

Bambini a targhe alterne

Sono in vacanza con degli amici e i loro figli. La prima sera andiamo in pizzeria e non appena il cameriere porta le due margherite con würstel per piccoli, la madre con tutta la naturalezza del mondo mi dice -non mi chiede, attenzione, mi dice- "Lena, tagliala in otto fette, così poi la mangia con le mani."
Colta alla sprovvista obbedisco in silenzio, ma poi rifletto sul fatto che Andrea ha 9 anni e mezzo.
Dal ristorante all'appartamento Andrea vuole salire in macchina con me e Marito. Appena seduto incomincia a frugare nella tasca del giubbotto di jeans e ne tira fuori un telefono cellulare. "E quello?", chiede Marito. "Ma come, non lo vedi? E' un ceeell! Me l'ha dato la mamma. Te che ceeell c'hai?". Andrea ci spiega che lo usa per fare le foto, scrivere SMS ai compagni di classe e per chiamare la mamma quando ha bisogno, ad esempio all'intervallo a scuola o quando è dalla nonna e vuole tornare a casa.
Esterrefatta sorrido e annuisco in silenzio, ma poi rifletto sul fatto che Andrea ha 9 anni e mezzo.

Sono a casa di una collega, quando questa viene chiamata per un'emergenza e si allontana per una mezz'ora, lasciandomi con Martina e Giulia, le sue bimbe. Mi fanno vedere la loro cameretta, le loro bambole e i loro vestiti. Martina mi dice che ha sete e pretende che la porti in cucina e le versi un bicchier d'acqua.
Istintivamente la prendo per mano e faccio quello che mi ha chiesto, ma poi rifletto sul fatto che Martina ha 8 anni.
Dopo aver bevuto Giulia mi dice che le scappa la pipì e va in bagno. Un minuto dopo mi chiama per farsi riallacciare i pantaloni e tirare lo sciacquone.
A dir poco stupita la aiuto, ma poi rifletto sul fatto che Giulia ha 7 anni.
La madre torna e tra una chiacchiera e l'altra mi dice che sta cercando un college in Inghilterra dove mandare le bambine a giugno perché a scuola l'inglese si studia poco e male, quando invece è una delle materie più importanti.
Le suggerisco un paio di nomi che potrebbero esserle utili, ma poi rifletto sul fatto che Martina ha 8 anni e Giulia 7.

Sono al  ristorante con Marito, mia cugina, suo marito e la loro bimba. Non appena ci servono il risotto al pesce persico Alice dice che ha bisogno di andare al bagno. La madre sta parlando, quindi le indico io la porta della toilette. Alice si alza, si allunga verso la madre e le sventola la mano davanti alla faccia intimandole di alzarsi. La madre, senza scomporsi, finisce la frase, si alza e la porta in bagno.
Non commento ad alta voce, ma mi scambio uno sguardo complice con Marito, e poi rifletto sul fatto che Alice ha 11 anni.
Quando tornano dal bagno stiamo parlando del Follow Friday e Alice ci dice che adesso lei ha anche un account su Twitter. Segue Miley Cyrus, Twilight e il Grande Fratello. Le chiedo se non è un po' piccola per avere Twitter, ma lei mi risponde innocente che ormai Facebook sta passando di moda e che anche le sue amiche hanno Twitter.
Non voglio iniziare una discussione con una bambina, nè tantomeno con mia cugina che vedo due volte all'anno, ma poi rifletto sul fatto che Alice ha 11 anni.

Sono a cena a casa di amici. Aiuto ad apparecchiare la tavola e la mamma mi dice che a Tommaso non devo mettere nè il coltello, nè il bicchiere di vetro.
Allibita, ma ormai rassegnata, eseguo gli ordini come un bravo soldatino, ma poi rifletto sul fatto che Tommaso ha 8 anni.
Mentre Marito e i nostri amici vanno in terrazza a guardare il nuovo dondolo io mi accomodo sul divano con Tommaso. Sta guardando Studio Aperto e mi chiede candido "Cosa vuol dire che hanno stuprato questa ragazza? E' peggio che picchiato?" Cerco una risposta più diplomatica e vaga possibile e quando gli altri adulti rientrano prendo da parte la madre e le racconto quanto accaduto. Lei, con la stessa voce candida del figlio, mi dice che a Tommaso piace tanto guardare il telegiornale e che fa sempre tantissime domande sia sulla politica che sulla cronaca.
Agghiacciata, mi volto e raggiungo Marito, ma continuo a riflettere sul fatto che Tommaso ha 8 anni.

E ancora: un ragazzetto di prima media chiede alla mamma di poter guardare le foto di Belèn senza reggiseno e poi scrive la letterina a Babbo Natale; una bimba di otto anni informa la nonna del divorzio degli zii prima che lo facciano i diretti interessati, mentre la nonna, con la cartella della piccola in spalla, le slaccia il grembiulino; due fratellini hanno paura a stare al piano di sopra se non c'è anche la mamma, ma scrivono sul forum della squadra di serie A per cui tifano.

In sintesi, tra i sette e i dodici anni i bambini sono abbastanza grandi per registrare un proprio profilo sui social network (cosa peraltro illegale), avere un telefono cellulare e scambiare SMS con gli amici, andare in vacanza studio in un college inglese, seguire la saga di Twilight e dei suoi vampiri, guardare il telegiornale ed essere edotti riguardo stupri, rapine e omicidi. D'altro canto, tra i sette e i dodici anni i bambini sono troppo piccoli per tagliarsi la pizza ed usare coltelli, allacciarsi i pantaloni, usare bicchieri di vetro, versarsi l'acqua, attraversare la sala di un ristorante per raggiungere la toilette, andare da soli al piano di sotto.
Possibile che io sia l'unica a vedere che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò?

Ho la sensazione che le madri cerchino di far rimanere i loro bambini dei bambini  piccoli il più a lungo possibile, occupandosi di loro esattamente come facevano quando avevano tre anni. Allo stesso tempo, però, poichè i figli sono l'unica compagnia che le soddisfi pienamente, vogliono portarli il prima possibile ad essere loro pari, consentendogli di navigare in internet, parlare di fatti di cronaca o di affari di famiglia come se fossero degli adulti.

I bambini sanno fare molto di più di quello che credete e dovrebbero fare molto meno di quello che permettete.

lunedì 26 marzo 2012

All' outlet

Purtroppo l'ho fatto, mea culpa. Complici la primavera, la voglia di rinnovarsi dopo il grigiore invernale, l'assenza di Marito via per lavoro e un buono sconto a me riservato, ho ceduto e sono andata all'outlet a fare shopping. Di domenica. In quanto donna amo fare acquisti (di qualunque genere, perfino in ferramenta riesco a trovare qualcosa da comprare), ma sono claustrofobica, irritabile, demofobica, insofferente. Non sopporto la gente, soprattutto nei centri commerciali e in tutti i  luoghi di condivisione coatta dello spazio. Odio dover fare la coda alla cassa dei negozi, specialmente le code all'italiana, dove le persone, anzichè disporsi lungo una linea retta, preferiscono accalcarsi in semicerchi concentrici attorno alla cassa. Mi innervosisco quando nei camerini ci sono nonna, mamma e figlia che scelgono il vestito per il battesimo del cuginetto che sarà ad aprile e si sa, ad aprile può fare caldo, ma anche nevicare. Mi intristiscono i mariti e i fidanzati che si trascinano come automi dietro le loro donne e fingono di vedere la differenza tra un golfino scollo a v color crema che era in vetrina nel primo negozio e questo girocollo beige chiaro. Soprattutto, più di tutto, mi irritano le madri con prole al seguito.

Mi irritano le madri che:

1) Spingono passeggini delle dimensioni di un SUV, arrogandosi il diritto di precedenza pur provenendo da sinistra.  Ruota del passeggino sul calcagno, ahia.

2) Con il suddetto passeggino occupano totalmente la corsia del negozio e nè si scansano, nè fanno il minimo cenno di scusa quando qualcuno cerca di passare. Proprio ferme davanti al reparto che mi interessa.

3) Parlano ininterrottamente con il pargolo nel passeggino e con vocine stridule e cantilenate farneticano cose del tipo "Guarda che belle pepè che ha trovato la mamma, adesso se le prova e se le vanno bene poi da i soldini alla cassiera, le compra e fa tante belle passeggiate con il suo cucciolo, vero amore?" Un po' di pace per i miei timpani (e quelli del bambino), s'il vous plaît!

4) Cercano di fare shopping e contemporaneamente controllare che il piccolo non distrugga il negozio, fallendo miserabilmente entrambe le missioni. L' incubo di ogni commessa.

5) Si portano il piccolo dentro il camerino e canticchiano "Il coccodrillo come fa?", finchè -innervosite dall'insofferenza del figlio, dalla mancanza di spazio, dai vestiti che cadono dagli appendini e dal fatto che la taglia 44 non si allaccia- crollano psicologicamente ed  iniziano ad urlargli di stare fermo, facendo così scoppiare in lacirme il bambino. Un po' di pace per i miei timpani, please!

6) Fanno shopping per il figlio, che ovviamente piagnucola e si ribella alle magliette appoggiate sulle spalle e ai calzini arrotolati intorno al pugno per controllare la taglia, alle dita premute contro l'alluce per vedere se le scarpe vanno bene e all'interminabile vestirsi e svestirsi. Son bambini, lasciateli a casa e scegliete a occhio una taglia un po' più grande, tanto crescono.

7) Fanno shopping per il figlio in negozi di marca, spendendo uno stipendio medio per un paio di pantaloni che, se tutto va bene, dureranno una stagione. Schiaffo di puro consumismo alla miseria.

8) Appena entrano al centro commerciale con la famiglia diventano  leader della spedizione, guidando figli e marito da un negozio all'altro, senza mai smettere di lamentarsi -i bambini non stanno per mano, il marito non li controlla, fa troppo caldo e bisogna togliersi le giacche e metterle nel passeggino al posto del più piccolo, che viene quindi preso in braccio, ma adesso fa freddo, fatevi chiudere la giacca, il più piccolo va rimesso nel passeggino, ma non vuole e piange e la madre se la prende col marito che non aiuta.... Un po' di pace per i miei timpani, bastaaa!

9) Al fast food si mettono in coda da sole, lasciando prole e marito al tavolo, e aspettano che sia il loro turno alla cassa per chiedere ai figli se preferiscono l'hamburger o le crocchette di pollo, l'aranciata o la cocacola, il regalo di Spongebob o quello di Ben 10. Ma proprio davanti a me?

10) Mettono il bambino sul cavallino, inseriscono il gettone e, con un piede sulla pedana e il cappuccio della giacca del figlio ben saldo tra le mani, incitano il piccolo cow boy per i due minuti e trenta secondi della corsa. Se è grande abbastanza per salire sulla giostrina non ha bisogno del vostro aiuto. Se è tropo piccolo per la giostra non fatelo salire. 

Alcuni di questi punti non dipendono dall'essere madre, ma semplicemente dall'essere maleducati. Tuttavia quando a comportarsi così è una madre, probabilmente convinta di essere una perfetta educatrice, la cosa è semplicemente insopportabile.

venerdì 23 marzo 2012

La vita è anche questo

Ad un matrimonio mi trovo seduta vicino ad un mio cugino di secondo grado (almeno credo, la matematica e le parentele non sono mai state il mio forte), sua moglie e il loro figlio di otto anni. Il bambino ci mostra la fasciatura che ha al polso e ci racconta orgoglioso che stava giocando a calcio, in porta, e per parare un tiro veramente fortissimo si è buttato sulla destra e ha picchiato forte, ma forte, contro il palo. Però ha parato il tiro! Ci ha raccontato che all'ospedale ha visto la fotografia del suo osso e che era proprio come uno scheletro ed era felicissimo di poter portare a casa la radiografia. Io e Marito ci complimentiamo con lui e ci facciamo raccontare delle parate più spettacolari che abbia mai fatto. Quando il portiere infortunato si alza dal tavolo per raggiungere un amico al tavolo vicino, la madre ci racconta che è stato il giorno peggiore della sua vita e che ancora adesso, a distanza di settimane, non riesce a trattenere le lacrime al pensiero di quello che poteva accadere. Lei era presente (ovviamente) e ha visto con che violenza il bambino è finito contro il palo. E' corsa subito da lui e l'ha portato al pronto soccorso dove, dopo l'esame radiografico, non hanno potuto escludere una frattura e per precauzione gli hanno messo un tutore rigido.  La madre ammette di non aver dormito al pensiero che suo figlio avesse corso il rischio di fratturarsi il polso, di dover portare il gesso.
Ammette di aver pianto per il senso di colpa, per non aver evitato che tutto ciò accadesse.  Io e Marito sdrammatizziamo, dicendole che sono cose che capitano, che i bambini si fanno male, ma guariscono molto in fretta e senza conseguenze.

Sono nella sala d'aspetto del medico e sto sfogliando una malconcia rivista di viaggi con i prezzi ancora in lire, quando entra la mia dirimpettaia insieme alla sua bimba di sei anni. Due parole sull'ultima assemblea condominiale (alla quale, come sempre, non ho partecipato), un paio di commenti sul tempo e poi la bimba incomincia a piagnucolare. E' spaventata, mi spiega la madre, perché deve fare un vaccino. Sorrido alla piccola, le dico che anche a me fanno tanta paura le punture e mi do dei pizzicotti per dimostrarle che fanno più male del vaccino. La bimba ride del mio spettacolino, la mamma la prende in braccio, la bacia e le dice che se potesse andrebbe lei al suo posto, che le dispiace tanto che debba andare dal dottore, che dopo le comprerà tutto quello che vuole perché è stata una bimba coraggiosa e le promette che è l'ultima volta che le fa fare una puntura. La bimba (ovviamente) ricomincia a piagnucolare. E' il mio turno, saluto la madre, strizzo l'occhio alla piccola ed entro dal medico.

Tempo fa incontro una vecchia compagna di scuola che passeggia per la città spingendo un passeggino. Dentro il passeggino una bellissima bimba di 9 mesi, occhioni grandi e vispi, tantissimi capelli neri, guance paffute e un sorriso contagioso. Dietro il passeggino una donna stanca, il viso pallido, gli occhi segnati dal pianto. Ma sei proprio tu, quanto tempo, baci e abbracci, non sapevo che avessi una figlia, da quanto lavori da queste parti, ma stai bene, sì e tu... La mia vecchia compagna di scuola mi dice di essere stanca perché la bambina sta mettendo i dentini e piange tutta la notte. Si lascia andare e mi confessa di essere stremata, non tanto fisicamente, quanto moralmente. Sente la bambina piangere, corre da lei e la consola, ma in realtà ha un macigno sul cuore. Soffre perché la sua bambina soffre, perché non può fare nulla per evitarle questo dolore, perché si sente impotente. Quando la bambina si addormenta lei non riesce comunque a prendere sonno e piange perché non è in grado di sostenere il peso del pianto della sua bambina. Cerco di consolarla, ricordandole che si tratta di un breve periodo, che è normale e che ci passano tutti i bambini. Le dico che forse ha bisogno di riposarsi un po' e che presto passerà tutto. La saluto con la promessa di risentirci presto e salgo in ufficio.

Ho ordinato questi episodi in base alla loro gravità. Non mi riferisco al dolore provato dai bambini per la  sospetta frattura del metacarpo, il vaccino antidifterico-tetanico o la dentizione neonatale, ma alla gravità della reazione delle loro madri.

Farsi male giocando è una cosa comune, o forse dovrei dire era una cosa comune? Se ripenso ai tempi delle scuole elementari ricordo che c'era sempre almeno un compagno con le stampelle o il braccio ingessato. Tutti avevamo le ginocchia costantemente ricoperte di cicatrici, croste e mercurio cromo. Chiaramente non auguro a nessuno di fratturarsi un osso, dico fa parte del processo di crescita. Volendo fare una fredda  analisi, se proprio qualcuno si deve rompere un osso in famiglia, è auspicabile che sia un bambino perchè i bambini guariscono meglio e più in fretta degli adulti, perchè vivono alla giornata e non pensano alle implicazioni che un'ingessatura porta con sè (prurito, difficoltà di movimento, ecc) e perchè non hanno obblighi come andare a lavorare, guidare, fare le pulizie.

Sono molte le discussioni sul rapporto tra rischi e benefici dei  vaccini, ma in ogni caso sono obbligatori e tutti i bambini devono farli. Un'iniezione dura un attimo e non è nemmeno particolarmente dolorosa. E' umano e prevedibile che il bambino, soprattutto se è già abbastanza grande per capire, abbia paura, ma non devono essere le madri a rinforzare queste paure. Non è una cosa piacevole, ma va fatta. Punto.

I bambini piangono quando spuntano i denti. Non solo è una cosa normale, ma è addirittura bella: il nostro piccolo sta crescendo e tra poco potrà mangiare cibi solidi. Capisco perfettamente la stanchezza e l'irritabilità del genitore che non dorme per nottate intere, ma una madre non può piangere perchè vorrebbe evitare di vedere suo figlio soffrire. Questa non è sofferenza, ma crescita. Il bambino sente sicuramente un po' di male, quindi piange, ma se le madri vanno all'aria per questo significa che si sono completamente allontanate dalla natura, che non sanno come fare la madre.

Non si possono rinchiudere i bambini dentro una campana di vetro e, comunque, proteggerli dalle sofferenze della vita non è un bene per loro. Lasciate che giochino e si facciano male.  Non trattateli come degli eroi se si sottopongono ad un vaccino. Non vi disperate per un dentino che cresce.
Ammesso e non concesso che riusciate a preservarli dai possibili dolori adesso che sono piccoli, cosa farete quando al liceo avranno un professore severissimo, quando la fidanzata li mollerà per un altro, quando il capo gli farà una sfuriata ingiusta, quando verranno a mancare persone a loro care?
Evitare a vita le sofferenze è impossibile, differirle nel tempo non li aiuta perchè, così facendo, ci arrivano totalmente impreparati.

Se per la strada incontro un bambino con il braccio ingessato sorrido felice, perchè so che sarà un adulto più felice.

venerdì 16 marzo 2012

Si parte

Eravamo in vacanza in un agriturismo vicino al mare Marito (come chiamerò in questo blog la mia dolce metà) ed io. Eravamo appena arrivati e ci stavamo godendo un aperitivo in terrazza. Il tramonto, i gabbiani, un buon bicchiere di vino bianco, il profumo del gelsomino, una tiepida brezza e davanti a noi due settimane di puro relax.

Un'automobile fa manovra nel piazzale ed entra nel vialetto del villino di fronte al nostro. Si apre la portiera del guidatore e scende un uomo sulla quarantina, pallido, emaciato e visivamente provato dal viaggio. Si stira, abbozza un sorriso e viene subito investito dalla voce di lei, che non appena apre la portiera gli ordina di scaricare la macchina perché le bambine sono stanche e vogliono entrare in casa (le bambine, ovviamente, non suo marito che ha guidato per otto ore, di cui tre passate in coda, ascoltando ininterrottamente le ultime hit di Rapunzel, Patty e Hanna Montana!)

Vacanze in famiglia
Il pover'uomo apre il bagagliaio ed estrae, nell'ordine:
  • due biciclettine rosa, una con le rotelle
  • due caschetti rosa e polsiere/ginocchiere/parastinchi
  •  un passeggino con predella per passeggero
  •  un canotto rosa delle principesse Disney
  •  tre valige di dimensioni colossali
  •  un baule pieno di secchielli, palette, formine e bocce, il tutto rigorosamente rosa
  •  una cartella rosa ed uno zainetto rosa
  •  un paio di pattini rosa
  •  un trolley blu (probabilmente tutto il suo bagaglio)
  •  una sacca dalla quale spuntano delle pinne rosa
  •  un monopattino rosa
  • due retini da pesca a misura di bambino
  •  due pupazzi bianchi e rosa
  •  una borsa termica

Ogni donna ha il vizio di mettere troppe cose in valigia, è un comportamento innato, una sequenza genetica anomala nel cromosoma x. Gli inglesi hanno perfino un verbo apposito: overpacking.
In questo caso, però, non si tratta di overpacking, ma di trasloco!

Non posso evitare di osservare la quantità di oggetti faticosamente scaricati dalla macchina e fare alcune considerazioni. Se una donna può permettersi di preparare una valigia di 35 kg per una week end fuori porta con il fidanzato, quando ha due figlie deve obbligatoriamente imparare a ridurre i bagagli. Lo deve in primis a se stessa, per evitare che le vacanze si trasformino in un impegno stressante e, secondariamente, lo deve all'ernia di suo marito e alle sospensioni della macchina.
Se le bimbe sono abbastanza grandi da avere una bicicletta, allora sono troppo grandi per il passeggino. O viceversa. Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, per i pattini ed il monopattino.
Le bambine sono al mare, per loro dovrebbe essere il massimo del divertimento, con il minimo sforzo per i genitori: fare castelli di sabbia, cercare conchiglie, correre, nuotare e fare amicizia con gli altri bambini della spiaggia. Un secchiello, una paletta e -se servono- dei braccioli è tutto quello di cui hanno bisogno per divertirsi.

Mentre il pover'uomo apre il bagagliaio e ne tira fuori l'intero appartamento, mobilio compreso, la mamma apre le portiere alla Rebi e alla Virgi. Scopro così che le due bimbe sono decisamente troppo grandi per il passeggino. La Rebi ha probabilmente otto anni, segue la madre con passo veloce, ma continuando a giocare con il suo Nintendo DS (rosa). La Virgi, che potrebbe avere cinque, massimo sei anni, tenta di seguire la madre e la sorella, ma l'operazione non è semplice perchè porta con sè un cuscino (rosa), una bambola e un biberon. "Virgi muoviti, che la Rebi è stanca....." "Rebi guarda dove vai, attenta" "Bimbe...." le tre spariscono in casa, lasciando il pover'uomo a svuotare la macchina e trascinare tutto in casa.
Quando credevo che avessero finalmente terminato il trasloco, ecco il pover'uomo uscire nuovamente, avvicinarsi alla macchina, aprire la portiera posteriore e scaricare altre bambole, un lettore DVD portatile e quattro o cinque sacchetti non meglio identificati.

Bimbo a bordo...se riuscite a trovarlo!

lunedì 12 marzo 2012

Al ristorante

Ai miei genitori è sempre piaciuto andare al ristorante o in pizzeria con gli amici. Finchè hanno potuto mi hanno portato con loro: carrozzina o passeggino di fianco al tavolo e la sottoscritta a dormire beatamente, come solo i bambini sanno fare in un posto rumoroso. Dai due ai dieci anni mi hanno spesso lasciato dai nonni, per la gioia di tutti: dei miei genitori che potevano godersi la serata, dei miei nonni, che avevano una scusa per preparare le patatine fritte, e mia, che dopo cena giocavo a carte con la nonna e vincevo sempre.

A volte, invece, andavo con loro. La cosa che mi piaceva di più in assoluto era il tavolo dei bambini. Quando eravamo in tanti i bambini venivano fatti sedere tutti insieme  ad un capo della tavolata e ci sembrava di essere al ristorante da soli, come i grandi.  Leggevamo il menù, ordinavamo sempre la pizza margherita e la coca cola, ridevamo, ci rubavamo le patatine, litigavamo...insomma facevamo quello che volevamo, ma ben attenti a non esagerare, altrimenti i grandi, tutti concentrati nei loro discorsi, si sarebbero ricordati di noi e ci avrebbero rimproverato per aver lanciato palline di pane nella brocca dell'acqua.
Ancora più bello era quando si cenava a casa di amici e i bambini avevano il loro tavolo in cucina! Tra i tre e i tredici anni, tutti insieme, liberi. Dopo cena ci spostavamo nella cameretta del padrone di casa e facevamo di tutto per non farci sentire né vedere perché, se solo uno di noi fosse andato per un qualunque motivo dalla mamma, per tutti sarebbe stata l'ora andare a casa.

La domanda che mi pongo è sempre la stessa: cosa è cambiato negli ultimi vent'anni? Provate a fare una  semplice ricerca su Google troverete decine e decine di post simili a questo:
Ciao, la mia bambina ha 2 anni e mezzo e proprio da cosi tanto tempo io e mio marito non usciamo a cena perche' sarebbe impossibile cenare senza dover badare alla pargoletta scatenata. Abito a Seregno e vorrei sapere se qualcuna di voi conosce ristoranti e o pizzerie(zona Brianza e anche Milano,Como,Lecco) attrezzate di area gioco per i bimbi. Grazie a tutte
L'opzione di lasciare i bambini dai nonni non viene nemmeno presa in considerazione dalle madri di oggi perché, come ho già avuto modo di commentare sommariamente in questo post, non riescono a separarsi dai loro figli, mai!. L'idea di insegnare le buone maniere ed imporre un minimo di disciplina, soprattutto a tavola e in un luogo pubblico, sembra retrograda e troppo autoritaria, di conseguenza i bambini non sono in grado di stare seduti e fermi a tavola. Pensare che queste madri abbiano insegnato ai loro figli ad arrangiarsi da soli, a tagliarsi la pizza, a versarsi l'acqua e a chiedere gentilmente un altro tovagliolo al cameriere è pura utopia e quindi non può più esistere il tavolo dei bambini.

Il risultato è che oggi al ristorante si vedono compagnie di amici con figli  che cercano di intavolare un discorso, ma tra un "aspetta che ti taglio la carnina" e un "finisci la pasta altrimenti non ti prendo il dolce" e tra le mille interruzioni dei piccoli indemoniati abituati ad essere sempre al centro dell'attenzione, è un'impresa impossibile.  Poco male a dire il vero, perché comunque avrebbero parlato di maestre, marche di pannolini e di come montare un DVD portatile sul sedile posteriore della macchina.

Nella migliore delle ipotesi, alla cena per i quarant'anni di vostro marito, vi troverete vostro malgrado a giocare all'impiccato al ristorante insieme a cognati, suoceri e amici di famiglia, perché bisogna intrattenere i tre bambini presenti.
Nella peggiore delle ipotesi potreste essere trascinati dai vostri amici con figli in un ristorante come questo: un locale per voyeur dove potete mangiare con lo sguardo fisso sui maxi schermi che proiettano le immagini dei vostri bambini mentre giocano nella gabbia delle palline insieme agli animatori.

Buon Appetito e Buona Fortuna

giovedì 8 marzo 2012

Al parco

Vi è mai capitato di non riuscire a prendere sonno e, nel silenzio della notte, notare improvvisamente un rumore, ad esempio un lavandino che perde?  Una volta che quel rumore viene percepito consciamente diventa impossibile non notarlo. Plin...Plin...Plin...Plin....Plin... e impazzire. Conti i secondi tra un Plin... e l'altro, quanti Plin... in un minuto, se sono più veloci i Plin...o le tue palpebre... 

Io ho passato molti pomeriggi al parco a leggere o a prendere il sole, ma adesso non posso più farlo perchè ho il mio Plin... un rumore che mi è penetrato nel cervello ed è diventato insopportabile. L'ho scoperto al parco, ma da quel momento lo sento ovunque: per strada, al supermercato, in spiaggia, al bar.... Non è proprio un rumore, è una litania e suona all'incirca così:  Attento! Vai piano! Ti fai male! Non correre! Guarda che cadi! Vieni qui! Dove vai?  (fondamentale l'intonazione a cantilena, monocorde)

Ritorniamo a quel pomeriggio al parco. In un'ora ho contato(e annotato):
38 Dove vai?
36 Non correre! (è stato un duro testa a testa fino al traguardo)
21 Vai piano!
18 Attento! / Attenta! e (a parimerito) 18 Ti fai male!
13 Vieni qui!
5 Guarda che cadi!

La cosa peggiore è che la stessa madre ripete queste frasi in ordine casuale, senza smettere un attimo.
A volte le alterna ad un Bravo! Che campione! Come sei in alto!, ma utilizzando lo stesso identico tono che mi manda al manicomio. Plin....Plin....Plin.... Quando provo a sedermi su una panchina al parco per leggere un libro, a disturbarmi non sono le risate e le urla dei bambini, ma la voce delle madri.

Dove vai? La frase vincitrice è in assoluto la più idiota!
Siamo al parco, tra un castello di legno con uno scivolo rosso alto un metro e dieci, un dinosauro e una motocicletta su molla e delle altalene...dove pensi che stia andando tuo figlio? La logica direbbe da un giochino all'altro, ma il problema è mio, me ne rendo conto, perchè continuo a sperare che le madri parlino in maniera logica.
In realtà il Dove vai? scatta automaticamente ogni qual volta  il piccolo si allontana  più ottanta centimetri dalla madre. La madre non vuole veramente sapere dove stia andando suo figlio, in realtà sta piantando dei paletti invisibili oltre i quali il bambino non deve andare. Dove vai? significa devo averti sempre sotto controllo, siamo in un posto potenzialmente pericoloso quindi devi stare abbastanza vicino perchè io, allungando un braccio, possa tenerti. Di conseguenza, se il bambino sale sullo scivolo, la mamma è in piedi di fianco allo scivolo con un braccio a mezz'aria, pronta ad ogni evenienza. Se il bambino si avvicina al dinosauro a molla la mamma si mette dietro e con si aggrappa al cappuccio della giacca.

Non correre! è in realtà assimilabile a Vai piano!, Attento! e Ti fai male!, quindi questa triade dovrebbe occupare il gradino più alto del podio. Queste frasi potrebbero sembrare a prima vista figlie della paura, ma non credo sia così. Come si può aver paura che il bambino si faccia male se corre su un prato o sale su uno scivolo? In realtà queste frasi sono figlie dello stress: se il bambino dovesse malauguratamente cadere la madre dovrebbe correre da lui, prenderlo in braccio, consolarlo, dargli un bacino sulla bua, comprargli un gelato e poi, tornata a casa, dovrebbe lavare i pantaloni sporchi d'erba, stenderli, stirarli e ricominciare tutto da capo. Mettere il bambino sotto una campana di vetro è più pratico. Per la madre.


Lasciate che i bambini camminino con le loro gambe e che cadano.
Lasciatemi leggere in pace al parco.

martedì 6 marzo 2012

Il cortile

Primo giorno di vacanza, i bambini sono eccitati e si svegliano praticamente all'alba. Li sento bisbigliare nella stanza accanto e li raggiungo. Hanno 9 anni e sono in vacanza, come biasimarli?  Cercando di fare meno rumore possibile, gli dico di vestirsi e, siccome vorrei evitare di svegliare gli altri e vorrei bermi un caffè nel silenzio della mattina, propongo: "Il papà e la mamma stanno ancora dormendo. Perché non andate fuori a giocare con lo skateboard nuovo, mentre io vi preparo la colazione?"
Mai e poi mai avrei immaginato che si mettessero a piangere. Singhiozzi e frasi incomprensibili, lacrime e sospiri. Non erano capricci: erano veramente disperati.
La mamma si sveglia, corre nella camera dei bimbi e li consola. Io mi sento in colpa, ma non  so perché.
Cosa ho sbagliato? Prima del caffè sono poco socievole, lo so, ma con i piccoli mi sono sforzata di essere sorridente e affabile. Cosa c'è di così terribile nell'uscire in cortile a giocare con lo skateboard nuovo?
La mamma riesce calmarli e mi dice che loro non vanno mai fuori a giocare da soli, quindi pensavano fosse una punizione. Datemi un pizzicotto, sto ancora sognando. AHI, no! Io sono sveglia e due bambini di 9 anni pensano che andare a giocare in cortile sia una punizione! E, ancora peggio, la loro madre pensa che sia normale.

Come in un film mi passano davanti agli occhi le immagini dei cortili che vedo andando al lavoro, passeggiando per le vie del paese, rientrando a casa...solo in quel momento mi rendo conto che sono vuoti! Nessuna partita di pallone davanti ai garage, niente nascondino e un due tre per me, nessuna bicicletta lasciata davanti al portone, niente guardie e niente ladri.
Perché i bambini non sono più in cortile?
Perché il regolamento condominiale non lo permette, perché è pericoloso, perché ci sono le macchine, perché i bambini oggi li portano via come il pane, perché io ho da fare in casa e non posso stare giù con loro. Queste le risposte delle madri.

Il regolamento condominiale è stabilito in assemblea e anche i genitori hanno diritto di voto, quindi votate sì. In ogni caso non si può vietare l'utilizzo delle zone comuni ai condomini.
Pericoloso? Il tuo condominio non è costruito su un campo minato, quindi per la salute dei bambini è molto più pericoloso un pomeriggio davanti alla play station.
Le macchine si sentono arrivare e in un condominio vanno a 10 km/h.
I bambini non vanno via come il pane. Sono i  programmi televisivi che ne parlano, ne parlano e ne parlano fino allo sfinimento, scatenando il panico tra i genitori.
Se tu hai da fare in casa è meglio che il bambino sia in cortile e non in casa ad interromperti ogni cinque minuti. Queste le mie risposte.

Che bello quando i bambini giocavano in cortile.

domenica 4 marzo 2012

Scuole elementari II - Operazione compiti

Ho pochi ricordi di me bambina china sui libri a fare i compiti, non era sicuramente il momento clou della giornata. Ricordo che mi mettevo nello studio, sulla scrivania di papà, e sottolineavo le frasi più importanti di ogni paragrafo e poi le ripetevo ad alta voce. Ricordo pagine di analisi grammaticale, problemi da risolvere, poesie da imparare a memoria e schede da riempire. Ricordo che mi piaceva cancellare con una riga nera i compiti finiti dalla pagina del diario.
Ricordo che io facevo i compiti, io sapevo cosa dovevo studiare, io ero responsabile di eventuali dimenticanze. Io andavo a scuola e io gestivo gli impegni scolastici, già dalla prima elementare. Probabilmente mi sarà capitato di arrivare in classe senza aver studiato o di presentare un esercizio sbagliato, ma almeno ho imparato cosa sono le responsabilità (a gestirle devo ancora imparare, ma almeno so cosa sono...) e ho imparato cos'è l'autonomia.
I miei genitori non hanno mai guardato il mio diario o i miei quaderni per controllarmi o dirmi cosa fare. Loro avevano il lavoro, io la scuola. E' la separazione dei ruoli.

Oggi le mamme passano interi pomeriggi a fare i compiti con (per?) i loro figli.
Sembra un'operazione di guerra: subito dopo pranzo, il Generale Madre prende il diario, identifica le priorità, mira al bersaglio e spara tutti i suoi colpi: "Il titolo in rosso!" BUM "Il cinque nel ventidue ci sta quante volte?" BENGBENG "Con il resto di....?" TATATATATA "Con la F grande, la F maiuscola!" BABAAAM "Marco è più alto di Maria è comparativo di....?" KRAAA-KOOM "Hai fatto l'orecchia al quaderno...stai attentooo!" TRAKASTOMP "eleven, twelve, thirteen...." WHOOOBOOM "Abbiamo finito? E per venerdì cosa c'è?" TATATAPOOOOOM
Il Generale è riuscito a schiacciare il nemico: niente autonomia, nessun senso di  responsabilità, bassissima autostima e scarso apprendimento. La battaglia di oggi è vinta, ma la guerra continuerà fino al diploma di maturità.

Compiti a casa
Sento già le madri ribellarsi e sostenere che oggi le maestre danno molti più compiti di una volta e molto più difficili; sono convinte che i compiti siano al di sopra delle capacità dei loro figli, che le maestre diano esercizi su argomenti non ancora affrontati o spiegati male, che i 100 esercizi di matematica non siano un castigo perchè la classe si è comportata male, ma solo una vendetta della maestra in piena crisi isterica perchè indietro col programma.
Perchè sono così sicure di tutto ciò? Da dove arrivano queste informazioni? Chi ha detto loro che il testo da analizzare non è mai stato fatto o che i possessivi in inglese non erano da studiare? Ovviamente loro: gli studenti, i figli!

Scusate, care madri, se mi rivolgo direttamente a voi, e vi chiedo: avete volontariamente rimosso gli anni della scuola? Vi siete dimenticate che gli studenti, tutti gli studenti, anche i migliori, mentono? Mentire è un naturale meccanismo di difesa, un istinto primordiale, un impulso irrefrenabile.
Esempio: "Ho preso sei meno, ma la verifica era difficilissima e anche il più secchione della classe ha preso solo sei più più (leggi: io non ho studiato e lui ha preso dieci, ma tanto non lo scoprirai mai e io salvo la faccia); "Ho una ricerca di quindici pagine da fare per domani e la maestra ce l'ha detto oggi" (leggi: tre settimane fa la maestra ci ha spiegato i concetti di organizzazione e programmazione degli impegni, dandoci una ricerca da fare nell'arco di venti giorni, io non avevo voglia, non ci ho pensato e inizio la adesso perchè domani la vuole vedere).
Perchè le madri credono ai figli? La loro intelligenza è completamente obnubilata dall'amore materno?

Forse una cosa vera c'è: le maestre probabilmente danno più compiti a casa rispetto ad un tempo, ma è il risultato di un letale circolo vizioso iniziato proprio dalle madri.
Le madri hanno incominciato ad aiutare i figli con i compiti. L'hanno fatto perchè vogliono evitare ai loro piccoli ogni sofferenza, seccatura o noia; perchè non lasciano mai da soli i bambini e quindi, trovandosi nella stessa stanza, è stato naturale farlo; perchè i loro figlioli adorati non possono soffrire le pene dell'inferno nel fare i compiti e con il loro aiuto la cosa è sicuramente più divertente; perchè pensano che un bambino di 9 anni sia abbastanza grande per avere un profilo Facebook, ma non per fare i compiti da solo; per vincere la gara non ufficiale, ma altamente competitiva, che si tiene ad ogni pagella tra le madri della stessa classe; perchè pensano che con il loro aiuto il bambino impari di più e quindi sarà un adulto più acculturato.
Le maestre si sono rese conto che i bambini nel fare i compiti erano dei fenomeni di bravura e hanno man mano alzato il tiro. Più cose i bambini fanno a casa, più rapidamente la classe avanza con il programma e in men che non si dica sono tutti alle medie.
Il risultato è che adesso per finire i compiti serve la collaborazione di mamma, bravissima con la logica, papà che sa tutto di elettronica, nonna che ai suoi tempi era un fenomeno in latino e sanscrito e l'immancabile Wikipedia, la cultura sociale enciclopedica a portata di click.

Ammettere di avere un problema è il primo passo verso la guarigione.Ammettete il vostro delirio di onnipresenza e non andate a scuola con vostro figlio. Vostro figlio può fare da solo e se dovesse sbagliare non vivete l'errore come un'onta, un disonore, un imbarazzo,  perchè sbagliando si impara. E se i bambini di oggi imparano di meno è perchè non date loro il permesso di sbagliare.